ULISSE SARTINI

ANTOLOGIA CRITICA

Carlo Chenis | 2008 | Vescovo di Civitavecchia e Tarquinia

Angeliche presenze nel segno della “paideia” divina

Nel diuturno agitarsi di inquietudini e di dubbi, angeli e arcangeli prendono forma dall’umano immaginario quali numi tutelari per compensare insicurezze esistenziali con l’assicurarsi divine protezioni. Ciò per criptare intime sensualità ostentando corporeità eteree e per scenografare visioni paradisiache raffigurando performance celesti. Gli angeli di Ulisse Sartini sono sospesi tra cielo e terra, tra immanenza e trascendenza, tra sensualità e purezza. Se rievocano con la loro presenza la divina rivelazione, non tacitano le concitate passioni che si celano nell’intimo umano. Se si dichiarano nei loro attributi spirituali a tutela dell’umanità, generano compiacimento nell’avvenente involucro fisico. C’è sublimazione e seduzione, catarsi e passione, in un sottile ed intrigante gioco tra i “significanti” teologi e i “significanti” pittorici. Questi non rimandano del tutto alla sfera religiosa, poiché permangono variegati spuri dell’amore sensibile e dei miti ancestrali. Con linguaggi ordinari e componimenti organici, il Maestro annuncia la propria epifania angelica, onde offrire la personale opzione cristiana. Con forme leggiadre e colori temperati, egli non abbandona il piacere sensibile per avvicinare siffatte creature ai desideri carnali, in vista di un’auspicabile ascesi verso la contemplazione spirituale. Auspicio interiore che diventa invocazione pittorica. Gli angeli di Sartini oscillano tra spaesate visioni panteistiche e rigorose presenze divine. Le prime richiamano quest’epoca percorsa da spiritualità deboli che s’avventurano incerte oltre la secolarizzazione. Le seconde caratterizzano il cursus biblico, laddove gli angeli sono ministri di Dio in soccorso all’umana vicenda e a custodia dei singoli individui. Nell’animo del Maestro gli angeli sono ricordi narcisistici, sono amichevoli rievocazioni, sono geni domestici. Tutto congiura di terra e tutto è aspirazione di cielo. Da una parte, il Maestro idealizza, in modo angelicato, contesti ed esperienze dal proprio mondo, dall’altra , iconizza, in modo spirituale, urgenze ed attese della sua fede. Il rincorrersi sinuoso di fantastiche figurazioni rivela l’oscillazione sartiniana tra terra e cielo, cosi da coniugare senza palesi conflitti l’elegante mondanità alla soffusa spiritualità. 11 

Gli angeli di Sartini sono fuori dal tempo e dallo spazio, onde recuperare, sia il continuo coscienzale, sia la perennità spirituale. I loro “ritratti” sono “assoluti”, ovvero separati, così che la pur avvenente carnalità è in iato dal corposo rimando contingente. Immersi in luminosi e oscurati cromatismi, che esprimono il mistero divino come luce accecante, siffatti angeli sono esaltati da ali che ne rivendicano la diversa condizione creaturale. Ritornano nei fondi gli embriocosmi, cari alla fase tanto astratta quanto figurativa del Maestro. Sono un guizzo di enigmatica trascendenza avvolgenti la pensosa mestizia degli sguardi angelicati. Una vena di melanconia, infatti, percorre tali celesti presenze. Melanconia pensosa e romantica. Pare sguardo rattristato sulla scena mondana; pare soffusa attenzione alla vicenda umana; pare fiducioso asservimento alla divina volontà. Se il loro sguardo è proiettato alla storia dell’uomo, il loro animo è rivolto alla adorazione di Dio. L’impianto disciplinato delle opere lascia presagire il divino adombramento, terribile e fascinoso. Il delicato porgersi delle figure metaforizza la condiscendenza dell’Onnipotente. Si coniugano di opera in opera femminile sinuosità e aggraziate virilità che non conducono a raffigurazione androgine, poichè l’umanità creata nel dimorfismo sessuale, continua ad essere il poema da cui trarre metafore estetiche per rappresentare presenze sovraterrestri. Gli angeli di Sartini ridondano di espressione che si fa paradosso, in quanto l’oggetto è per sé estraneo al regime dell’incarnazione. Tuttavia, vicenda biblica e storia cristiana pullulano di spiriti che assumono provvidenzialmente fattezze umane per soccorrere chi verga la storia mondana. Del resto, l’aniconico offrirsi della divina trascendenza, che trova simbolo in sfondi surreali, necessita di iconografia per sancire il rapporto interpersonale intercorrente tra intelligenze angeliche ed umane. Ed è proprio l’eccesso di figurazione a stupire e piacere, per quella semplicità postconcettuale e quella profondità metarealista, che non sembra illustrazione di superficie, bensì esemplare di maniera. In questo modo, cura delle velature, leggiadria degli incarnati, morbidezza delle stoffe, si fanno ossessione di perfezione per estetici incantamenti. Il fruitore è perciò invitato a trasvolare dal piacere dei sensi al diletto dello spirito, cosi da inabbisarsi nel divino. Tanta seduzione pittorica non può non fare riflettere su angeli ed arcangeli, onde, traslare da ingenue credenze a credibili rivelazioni. L’odierna cultura desidera spiriti di giustizia e di bontà, ma risolve tali esigenze in miti e leggende. La cultura cristiana celebra, invece, l’incontro con chi il Signore ha posto a nostra custodia e guida dell’umano pellegrinaggio. 

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